[ Nero di Laidis ]        




sabato, 17 maggio 2008

[Attimi di puro godimento]

Talora, quand'era al colmo dell'indignazione, reagiva scompostamente. Siccome la sola cosa che lo indignasse era la scompostezza altrui, la sua scompostezza di ritorno era tutta interiore, e regionale. Stringeva le labbra, volgeva prima gli occhi al cielo, poi piegava lo sguardo, e la testa, a sinistra verso il basso, e diceva a mezza voce : "Ma gavte la nata". A chi non conoscesse quell'espressione piemontese, qualche volta spiegava : "Ma gavte la nata, levati il tappo. Si dice a chi sia enfiato di sé. Si suppone si regga in questa condizione posturalmente abnorme per la pressione di un tappo che porta infitto nel sedere. Se se lo toglie, pffffiiisch, ritorna a condizione umana."

Umberto Eco, Il Pendolo di Foucault (ediz. Bompiani 2006, p. 64)


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martedì, 13 maggio 2008

Ninna nanna dei giorni perduti

Yael Naim, Puppet


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mercoledì, 23 aprile 2008

È tempo di annotare il tempo che passa, metterlo nero su bianco, in questa nuova stagione di sole e di fiori.

Nero come l'origine oscura delle cose. Nero come il male di sempre, fedele cane bastardo, mefistofelico compagno di una buona annata.

Come la pece e come il catrame, come l'inchiostro versato quando la parola premeva e sgorgava, fiotto di sangue incoagulabile.

"Nero" all'anagrafe, sempre, e fino in fondo a quest'anima pagana.

Ora per gioco e godimento, per desiderio più che per bisogno, per quel che càpita, per la vita fenomenica delle cose, per una intatta salvifica professione di fede nella parola.

Bianco come la luce che lascio filtrare nelle stanze, e in ogni luogo della memoria scritta e condivisa. Bianco come nuova calce fresca da impastare. Bianco perché fa bene agli occhi, perché serve, e sa di biancheria pulita stesa ad asciugare nella terrazza dei miei pensieri affacciati sul mondo. Bianco come i denti quando la bocca ride.

Per il resto, sono ancora qui, "a giocare con le mie parole in-utili, e tirarle come dadi".

Prosit.

 

[* Un sempiterno grazie a Cris©,

per la nuova  grafica del template,

per essere così meravigliosamente paziente,

così squisitamente cocciuta]


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martedì, 08 aprile 2008

Dis-tensioni

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giovedì, 27 marzo 2008

Caos calmo

 

Nella testa ho una corda di sensi e parole annodati male, impegnata a perpetrare uno strangolamento lento della volontà malata di afasìa.

Significato e significante si sono scollati, e la parola è un fantoccio di carta che si affloscia fra le mani.

C'è il sole oggi. Un sole caldo, e un fazzoletto blu di cielo appena stirato, il cielo e un cinguettìo brioso oltre la finestra, un cinguettìo e un vociare di gente giù per la strada, gente e uno scalpiccìo di passi, passi e clacson.

La vita in un pugno, giovane, forte.

E io, non riesco a perdonarmi.


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martedì, 25 marzo 2008


Dianne Reeves, I remember

I remember sky
It was blue as ink
Or at least I think
I remember sky

I remember snow
Soft as feathers
Sharp as thumb tacks
Coming down like lint
And it made you squint
When the wind would blow

And ice like vinyl
On the streets
Cold as silver
White as sheets
Rain like strings
And changing things
Like leaves

I remember leaves
Green as spearmint
Crisp as paper
I remember trees
Bare as coat racks
Spread like broken umbrellas

And parks and bridges
Ponds and zoos
Ruddy faces
Muddy shoes
And light and noise and
Bees and boys
And days

I remember days
Or at least I try
But as years go by
They're a sort of haze
And the bluest ink
Isn't really sky
And at times I think
I would gladly die
For a day of sky

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mercoledì, 19 marzo 2008

Un guizzo, un luccichio, un'intuizione, un "Eureka!" accorato, una ruga sulla fronte che s'appiani, il gorgogliare energico di un ribollio appena udibile, un sì invece di un no. Una presa salda, per una volta. Una parola pregnante. Una ragione visibilmente educata a un incedere sobrio, né avventato né riluttante. Un segno tangibile, uno qualunque, della mia presenza.

Per favore.

 


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giovedì, 13 marzo 2008

DISCANTO

Di acqua e di respiro
di passi sparsi
di bocconi di vento
di lentezza
di incerto movimento
di precise parole si vive
di grande teatro
di oscure canzoni
di pronte guittezze si va avanti
di come fare
di come dire
di come fare a capire
di alti
di bassi
battiti del cuore
fasi della luna
e ritmi della terra
di intelligenza
di intermittenza
si vive di danze
di ballo sociale
di una promessa
di un faccia differente
di mediocri incontri
di bellezze
di profumi ardenti
di accidenti
rotolando si gira, si balla
si vive, si fa festa
quella, questa
si picchia forte col piede
nella danza
e si sbaglia il passo
si vive di fortune raccontate
e di viaggiare
e si cammina stanchi
è di lavoro
è opposizione
è corruzione
si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti
di fuochi desiderati
si vive di pane
di speranza di bere
un vino buono per l'estate
rotolando si vive
di discorsi leggeri
cori
di maschere notturne
canto e discanto
e giù divieti
e oli sulla pelle
e sorrisi di fantasmi
e fantasmi fotografati
e giù campane annuncianti
si vive di sguardi fermi
di risposte folgoranti
di lettere partite
che aspettiamo in cima al mistero
di essere così soli.

Di questo si vive
e di tant'altro ancora
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.

[© Ivano Fossati]

 


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martedì, 11 marzo 2008

[Nanni Moretti, Bianca]


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domenica, 02 marzo 2008

         Di una città e di molti mondi

            (Appunti di viaggio)



 

Prologo


«Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.

- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.

- Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge : - Perché mi parli delle pietre? È solo dell'arco che m'importa.

Polo risponde : - Senza pietre non c'è arco.»


Italo Calvino, Le città invisibili, cap. V



Yann Tiersen, La valse d'Amélie

 

I

Parigi una mattina di fine febbraio è un volto scuro con la bocca impastata di sonno che stiracchiandosi si affaccia sulla Senna e si chiede se sarà una buona giornata. Intrico di rami che trapassano traforano crivellano lo spazio sotto e sopra la terra, da un capo all'altro, le metropolitane serpeggiano nel suo ventre nero senza uscire mai alla luce, o escono allo scoperto e galoppano tra i murales di palazzi di periferia.

II

Parigi è una pennellata data fra le vie di Montmartre.

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[Montmartre]



Dalla sua sommità, la Basilique du Sacré-Cœur occhieggia seriosa sulla scalinata che ridiscende al basso, giù, fino alla lascivia di Pigalle e alle luci vive del Moulin Rouge, in una sorta di linea che congiunge il sacro e il profano, pinzandoli insieme con un sorriso né colpevole né innocente, entro la cornice di una città santa e puttana.

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[Basilique du Sacré-Coeur]


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[Pigalle]


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[Moulin Rouge]



 

III


Parigi una mattina di fine febbraio è un gioco di sguardi tra i raggi di sole e un gigante di ferro che campeggia su tutto lo spazio visibile e s'infiamma sull'imbrunire, fino a farsi bussola di ogni viaggiatore notturno.


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[Tour Eiffel di giorno e di notte]


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IV


Parigi è una cattedrale gotica che si erge a ridosso del fiume, che da secoli le rimanda la sua immagine giorno e notte, mentre un clochard seduto su un panchina di fronte si prende cura dei piccioni portando con sè una sporta colma di briciole e offrendo le spalle a mo' di piccionaia. Nello stesso momento, sulla strada proprio lì vicino, quattro musicisti suonano jazz per amore e per fame.


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[Notre-Dame giorno e notte]

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V

Di là, appena oltre il ponte, Parigi è tutta un groviglio di vicoli suoni e colori, leccornie multietniche esposte nelle vetrine di ristoranti promossi a viva voce da ogni soglia, in una gara tra abili propagandisti dove chi è più convincente guadagna più turisti e studenti con la promessa di sapori irrinunciabili a prezzi modici.


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[Quartiere latino]


 

VI


Parigi, poi, è un forziere colmo di tesori inestimabili provenienti da tutto il mondo, quintessenza dell'uomo che inventa e crea e modella e dipinge e plasma e racconta, ognuno la propria civiltà, in bilico tra libero arbitrio e potere committente.


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[Musée du Louvre. Venere di Milo]


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[Musée du Louvre. Antonio Canova, Amore e Psiche]



VII

Parigi è una tenzone tra Passato e Futuro, che si fronteggiano fieri dalle estremità di un viale. Alveare brulicante di uomini e donne protesi a immaginare un tempo a venire, asserragliati nelle celle di forme geometriche in una città che sul far della sera diviene fantasma, uno spazio desertico blu-ghiaccio-viola dove il rumore dei passi delle ultime api operaie che si affrettano ai treni risuona da una parte all'altra degli edifici che le hanno contenute per tutto il giorno, in un'eco quasi sinistra. All'altro capo, nello stesso momento, è un tripudio di luci calde, archi, piazze, strade ultracentenarie, giardini, spazi aperti, e il viaggiatore si aggira col naso all'insù tra i grattacieli del quartiere, con l'animo sollevato dal pensiero dell'esistenza di quell'altra città a pochi passi.


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[La Défense]

 


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VIII

Parigi è tante città, come un essere umano è molte anime. Contiene in sè l'Uno e il Molteplice, il pieno e il vuoto, forme curvilinee e squadrate. Come altre città, è la risultante del contrasto fra una verità e il suo contrario, dove ogni realtà è vivibile in virtù dell'esistenza del suo controcanto appena dietro l'angolo. Come un uomo, la città ha le sue domeniche di sole e le sue giornate cariche di tedio e di pioggia, i suoi segreti e i suoi vicoli scuri, i suoi luoghi inaccessibili e le sue piazze che ridono, l'anelito alla grandezza e l'angolo di una via di quartiere qualunque, un essere gravido di storia e in divenire.



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Parigi è questo, e molto altro che si immagina andando via e sperando di avere occasione di tornare. Come ogni città vista in viaggio, non è che un sapore che rimane sulla lingua, un motivo che continua a suonare nella testa stonandosi a poco a poco nel tempo e di cui lentamente scordi le parole.

 

 

Epilogo

 

«Non le labili nebbie della memoria né l'asciutta trasparenza, ma il bruciaticcio delle vite bruciate che forma una crosta sulle città, la spugna gonfia di materia vitale che non scorre più, l'ingorgo di passato presente futuro che blocca le esistenze calcificate nell'illusione del movimento : questo trovavi al termine del viaggio.»


Italo Calvino, Le città invisibili, cap. VI


 


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mercoledì, 13 febbraio 2008

La sindrome di Snoopy

Hai presente Snoopy quando dice "Oggi ho preso centoventi decisioni... tutte sbagliate" ? Ecco. Per consapevole impazienza, per innata accidia, per temporaneo difetto d'attenzione, per reiterata incapacità di modellare storie credibili e narrativamente funzionanti -mi fanno ragionevolmente notare che qui, dalle mie parti, non se ne vedono più da un pezzo-, io, quell'io la cui voce si agita al di sotto di ogni parola immaginata e scritta, proprio quell'io scarno e senza filtri che ora sta pigiando tasti, inciampando, io oggi riassumo tutto con Snoopy. Tu che leggi, completa ciò che manca e fanne quel che vuoi. Cercavo un poster a grandezza umana di Snoopy che dice delle sue centoventi decisioni (centoventi, o giù di lì) tutte sbagliate, per farmici un vestito. Si possono avere le reazioni più disparate nel realizzare d'aver preso, o di poter prendere, centoventi decisioni sbagliate : può capitare, e s'avverte in questo primo caso come la sensazione di una nota stonata, che si trangugi senza piacere il sushi avanzato dalla cena del giorno prima recitando un melodrammatico mea culpa a ogni bocconcino di riso e gamberi irrorato da birra sgasata e un paio di lacrime di routine. Si può, e già l'universo inizia ad accordarsi e suonar meglio, sentire al telefono la voce del fratello giovane e forte e ignaro, che sta guidando con la sua bella nera e riccioluta seduta accanto, e pensare che era proprio un'altra storia quando vent'anni netti ce li avevi pure tu e meno male che non è passato tanto tempo da allora, anzi, è passato proprio un attimo in fondo, talmente poco che sei in tempo per fare ancora molti sbagli (va' che culo, eh?) e incrementare il numero delle decisioni non azzeccate, che so, da centoventi a duecento tondi tondi (e ci provasse la Charles M. Schulz Creative Associates, a chiedermi i diritti). Si può anche, e allora lì è finalmente una buona musica, fare spallucce e riprovare con le parole, così come vengono, per gioco, anche se non è proprio un granché, come mi ha insegnato qualcuno che crede che io mi irriti con lui perché di fronte alla vita fa spesso spallucce, mentre invece mi irrito perché lui sa fare spallucce e io no (e anche perché sa rispondere alle mie domande sui possibili usi dell'espressione "fare spallucce" senza l'ausilio del dizionario).


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lunedì, 11 febbraio 2008

Quella nausea che affiora a mo' di spettro seduto in poltrona,  che ti guarda con la coda dell'occhio, da dietro il giornale. E questi giorni che hanno odore dolciastro di zucchero filato. Un sonno che si spezza alle cinque in punto di ogni mattino, e sogni blu-viola a gonfiare le vene appena sotto la pelle.  C'è che quella lisca sottile di anima se n'è scivolata giù, paralizzandosi fra gli ingranaggi che combinano  il sentire e l'agire, la vita invisibile e quella visibile : non va avanti, non va indietro, sta in mezzo e accenna con gli occhi, sperando che basti. Confido che quaggiù, nel buco nero dove siamo sprofondati,  non arrivino richieste urgenti di epifania immediata. Altrimenti, Houston, abbiamo un problema.


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venerdì, 01 febbraio 2008

[Woody Allen, Io & Annie]

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lunedì, 21 gennaio 2008

CHE DICI?

"La sillaba restava incompiuta, priva di significato, impigliata tra la finestra e il vaso di fiori"

[Agota Kristof, La vendetta, traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi]



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Foto © Pascal Renoux

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lunedì, 07 gennaio 2008

Erano ragnatele di sole all'angolo di una piazza, e la bocca spalancata in una risata, biancheggiare di denti come panni chiari stesi ad asciugare.

Erano fili d'erba stretti fra le labbra, era un'orma sulla sabbia, sulla neve, sulla terra nera.

Erano parole bambine che giocavano provando vocali davanti allo specchio, erano parole sciocche sul pavimento come biglie alla rinfusa, non-parole per fare rumore, ma piano.

E poi era la vita che passava accanto, sfrecciando, come un soffio di vento tiepido a scompigliare leggero i capelli.

E tu lì, lunga lunga, bianca bianca, in un sogno muto, che te ne accorgevi appena.

 

1° gennaio 2008


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